Il mio primo matrimonio

Paola

E’ stato buffo: appena ho presentato Carlo in casa, per rompere il ghiaccio mio padre ha chiesto notizie di Villarbasse, di certe persone… e si è scoperto che il nonno di Carlo era stato testimone di nozze dei miei genitori. Mio padre aveva lavorato nel suo studio d’architetto, insieme allo zio di Carlo, ed io ero stata sotto lo stesso abito premaman della cugina di Carlo, in quanto le due mamme se lo erano scambiato.

In ambiente piemontese (ossia sia per i genitori di Carlo sia per i miei) è molto importante sapere di una persona “come nasce”, ossia quelli sono le sue origini/famiglia/ceto/conoscenze. Così, tutti i genitori si ritrovarono di colpo abbastanza tranquilli: la figlia/il figlio avevano trovato un/a ragazzo/a per bene.

Poi, ci vedevano sereni, sicuri del nostro rapporto pur giovane. Ciò controbilanciava la negatività del fatto che convivevamo, che non era proprio vissuto in modo facile dai genitori, ma non ci è mai stato ostacolato.

Carlo

Il problema più grosso che abbiamo avuto è stato quando siamo andati a vivere insieme; mio padre era angosciato che con questo volessimo mettere in discussione i suoi valori di famiglia e figli; i genitori di Paola non so, un po’ lo subivano e, vista la loro situazione, non commentavano, ma in particolare Nonna Carla mi perforava con lo sguardo, manco fossi trasparente per lei.

La situazione è durata fino a quando non è subentrata la stima, da parte della Nonna; per mio padre, fino a quando il nostro rapporto non si è dimostrato duraturo, e mia madre ha aggiunto il suo peso per sottolineare il fatto che ci volevamo bene; i genitori di Paola ci hanno visti consolidare il nostro rapporto mentre il loro scemava, e non ho mai dunque percepito commenti reali.

Come e quando abbiamo deciso di sposarci.

Paola

Non pensavamo a sposarci. Nell’autunno dell’86 la sorella di Carlo si era sposata, e ci era stato chiesto se anche noi avremmo avuto l’intenzione…

Ne abbiamo parlato fra di noi, ma non ci sentivamo pronti, stavamo bene così.

Convivevamo, e questo comportava un po’ di difficoltà nei rapporti con entrambe le famiglie. Il padre di Carlo, in particolare, si era ormai convinto che il figlio non si sarebbe sposato, tradendo i valori trasmessigli.

Avevamo la nostra casa, il nostro lavoro ed i nostri amici, il tran tran quotidiano di una coppia, senza i vincoli di una coppia.

Poi, a metà dicembre dell’86 mio zio mi invitò ad unirmi a lui in un viaggio in Patagonia e Terra del Fuoco: occasione da non perdere. Organizzai tutto quanto con il fratello di Carlo per fargli avere un regalo il giorno di Natale, e partii.

A Natale ero dall’altra parte del Mondo, in una cabina nella hall dell’albergo, che provavo disperatamente a telefonare a Carlo, fra mille difficoltà di linea e centralini. Carlo era in montagna con i suoi, e nonostante non sapesse che gli avrei telefonato, balzò a rispondere al primo squillo. Gli urlai “Ti amo”, fra i sorrisi della gente nella hall. Mi ricorderò sempre l’emozione di quella telefonata e dei momenti successivi: uscii, andai in riva all’oceano a guardare i gabbiano librarsi in volo, e di colpo “seppi che la mia vita era con lui”.

Carlo

Così, quando sono andato a prenderla all’aeroporto per portarla a casa (la nostra…), le ho solo detto che non po­tevamo andare avanti così, e le ho chiesto di sposarmi, e mentre glielo chiedevo lei concludeva la frase e mi stava già dicendo di si.

Quel weekend lo abbiamo passato il sabato a Torino dai miei, la domenica ad Alessandria.

Quando lo ho detto ai miei a cena, mio padre si è commosso ed ha pianto (era forse la prima volta?), mia madre ha fatto un gesto strano e particolare, mi ha dato un antico anello di famiglia la cui pietra è oggi nell’anello di fidanzamento di Paola.

Sono arrivato ad Alessandria e, comprate le rose per Marcella, ho formalmente chiesto la mano a suo padre con la famiglia seduta in salotto prima di pranzo; un po’ scherzoso, ma comunque… forse per me serviva a rinforzare la cosa, visto che oramai vivevamo insieme da quasi due anni.

E adesso?

Paola

Incredibile: ancora adesso, a volte (ad esempio quando è lontano per lavoro e mi chiama, o vado a prenderlo all’aeroporto) vivo quelle stesse emozioni. Si dice che l’amore passa, e rimane il “volersi bene”; certe volte penso di essere ancora nella prima fase. Tornando a casa, spio se c’è la sua auto, se è già tornato, pregustando l’abbraccio di fine giornata; sono contenta di comprargli una cravatta, per fargli una sorpresa gradita; sono serena quando a volte, la sera, ci mettiamo insieme abbracciati a guardare un film.

In ufficio capiscono subito se è lui che telefona, perché cambio voce, divento tranquilla e coccolosa. Per me lui è su di un piedistallo, è un punto di riferimento, è il più saggio che indica le giuste decisioni. Magari io sono quella “che lo fa marciare”, ma in realtà questo rientra nel gioco delle parti.

Sono tranquilla del suo amore. So che fa il galante con le altre donne, ma è un suo modo di scherzare. Bofonchiamo, litighiamo, ma gli amici ci chiamano “Cip & Ciop” perché siamo molto uniti e parliamo un poco io, un poco lui.

Gli amici spesso confondono i nostri nomi, e chiamano Carla me e Paolo lui: in fondo, anche questo è sintomo del fatto che siamo vissuti come un’unica entità, interscambiabile.

Ciò non toglie che ognuno di noi coltivi spazi propri, per fare sport o vedere amici personali.

Una coppia perfetta? Certo che no. Siamo polemici e critici, e ci facciamo le nostre belle litigate, difficili ma sane e costruttive. Alla fine di brevi periodi negativi, ricerchiamo lo scontro ed il chiarimento, per poi partire più rinsaldati che mai.

Carlo

Non so quale altra vita vivere. E’ vero che c’è una componente di inerzia in questo, ma dipende anche dal fat­to che vedo in Paola un punto di riferimento, qualcuno con cui non devo temere di essere giudicato, con cui non devo costantemente dimostrare qualcosa.

Non sono esattamente contento di questo, perché dovrei impegnarmi di più ma… in realtà la mia è anche molto fiducia, è il fatto che sono contento, che Paola non ha bisogno di chiedermi cosa preferisco, che per me è importantissimo sapere che lei c’è (in questo sono molto “fisico”, la accarezzo, la bacio molto).

E raccontare le nostre storie è solo un passarsi il testimone per sottolineare sfumature di sentito; in particolare quando siamo in con altre persone siamo molto solidali, ci sfioriamo, ci cerchiamo con gli occhi.

Faccio il galante con altre donne, ma sono fatto così (e ricordo tanto mio padre ed i suoi atteggiamenti..), ma in realtà è per tornare sempre da lei; sono geloso, senza averne motivo, ma è perché anche questo è un atteggiamento per dirle quanto è importante per me.

Quali sono le componenti caratteristiche del nostro rapporto? qual’è il “segreto” ……?

Paola

Io sono tremenda: non lascio passare mai i momenti di incomprensione, di allontanamento – vero o presunto – senza fermarci per discuterne. Ne parliamo, ci chiariamo, scopriamo ulteriori punti circa le aspettative che abbiamo l’uno con l’altra, e soprattutto – alla fine – definiamo i “trucchi” da adottare per evitare il ripetersi di certi errori o problemi.

Carlo

Le voglio una montagna di bene; e per me lei rappresenta tutti  valori in cui credo; non riesco a pensare a fare delle cose in cui non ci sia lei partecipe o altro.

Con lei sono nudo: posso essere forte, brontolone, stanco, ma con lei non sono capace di interpretare nessuna parte, è come se mi ritrovassi con me stesso. E allora l’importante è parlare delle cose, dei problemi (sì, ha ra­gione Giorgio, questo vuol dire cha a volte ci si rovina un po’ di più la vita) ma ci si conosce meglio, e le co­se si fanno in due.

Le componenti principali del rapporto: la stima, l’affetto, l’affinità di sentimenti ed intellettuale.

Le similitudini con altri miei rapporti: la disponibilità a impegnarsi (se no non ne vale la pena); la differenza principale: la qualità e la continuità di livello del nostro rapporto, che è unico.

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