Paola, Carlo e la love story

Paola

Nata ad Alessandria il 29 luglio 1963. Dopo i primi tre anni vissuti a Torino, ho sempre abitato ad Alessandria, dove ho frequentato le scuole elementari dalle suore di Maria Ausiliatrice (sono andata a scuola a cinque anni e negli altri istituti non mi ammettevano), le medie ed il liceo classico, terminato nell’81.

Buon profitto a scuola;  infanzia ed adolescenza vissute come tranquille, serene e stimolanti, in una famiglia – ai tempi – unita.

Mi piaceva la pubblicità, e già al penultimo anno di liceo ero tranquillamente decisa: “da grande” avrei fatto Marketing. Così nel 1981 mi sono trasferita a Milano, per studiare Economia e Commercio (Università Bocconi); come molti studenti, andavo a casa il week-end, ma ormai stavo sviluppando amicizie ed interessi a Milano. Laureata in quattro anni a pieni voti, mi sono subito messa a lavorare, rendendomi indipendente economicamente dalla famiglia. Lavoro nel Marketing, e sono “la creativa”, sul lavoro come in famiglia.

Ho la fama di forte lavoratrice, anche all’Università, conclusa così in fretta. Invece, concentro le mie forze per riuscire nello studio (e nel lavoro) e per tenermi tempo libero, da utilizzare e vivere al meglio. All’Università ho perso intere sessioni di esami per fare un viaggio, o per fare l’animatrice in un villaggio-vacanze; poi recuperavo, dando tre esami in contemporanea, senza troppa fatica. La stessa cosa faccio oggi al lavoro: dando il massimo, mi sono conquistata la stima dai capi e gli spazi di tempo da poter trascorrere tranquillamente a casa o in vacanza con Carlo.

E’ difficile che mi consideri “stressata” (parola così ricorrente nei milanesi); anche nei momenti peggiori, nel lavoro come nella vita privata, mi trovano allegra e positiva.

Poi, magari, ho i miei momenti intimi di depressione, tristezza o scoramento: ma passano, anche grazie alle “coccole” di Carlo.

Il mio segno zodiacale è il leone, e lo rispecchio fedelmente: energica, solare, aggressiva ma generosa, timida di fondo, sono considerata “determinata” e con una forte personalità, ma leale sempre e sensibile a conoscermi.

Sono una romantica: ci tengo ad avere del tempo per me, da perdere fantasticando fra letture e musica. Anche se le cose importanti non penso proprio a farle, senza condividerle con Carlo.

Sono anche molto pratica, concreta: in casa sono io che “organizzo” (i bucati, i week-end con le famiglie o gli amici, le cene, le spese, le vacanze o gli spettacoli a teatro…). A volte la cosa mi lascia perplessa, temo di impormi su Carlo, di forzare – lui fondamentalmente pigro – a fare cose; lui invece mi rassicura, dicendo che gli va appena bene, dopo intere giornate trascorse a “guidare” lui sul lavoro, di lasciarsi guidare da me. D’altronde, io sono quella che non si fermerebbe mai, che ha sempre mille idee di cose da fare, da inventare, mentre lui è quello che mette la componente razionale, e – in ultima analisi – quello che decide le cose importanti. Fra di noi in tal senso c’è sempre stato un grande equilibrio, che ci permette di crescere insieme, divertendoci.

Carlo

Nato a Torino il 20 marzo 1960 da famiglia torinese, ma nato a Torino perché ero il primogenito ed il primo della “famiglia allargata”, quando già invece abitavamo a Mestre seguendo il lavoro di mio padre, che ci ha poi portati a Milano quando avevo solo 6 anni.

La mia infanzia è caratterizzata dalle due componenti di essere il primogenito, con i relativi sensi di responsabilità o di maggior coinvolgimento, e quindi della maggior attenzione ai miei successi ma anche delle grosse aspettative in merito.

Ho sviluppato da solo i miei giochi, ed ero un tranquillo bambino che sapeva organizzarsi pomeriggi con le macchinine senza disturbare la mamma; che ha saputo poi leggere molto in fretta (e stare tranquillo coi suoi giornalini) od inventarsi grandi giochi coi soldatini.
Nel frattempo sono arrivati i miei due fratelli, Laura di due anni di meno e Giorgio con una differenza di 6 anni, ed io li coinvolgevo nei miei giochi o nella battaglie di soldatini (che vincevo io) o nelle partite di Subbuteo (che vinceva Giorgio, molto più bravo).

L’arrivo a Milano ha coinciso con i primi veri rapporti esterni. Un anno dopo la nascita di mio fratello mia madre è ritornata ad insegnare e, a parte il fatto che ci fossero spesso delle “tate” in circolazione, per il fatto di essere il primogenito già verso i 7 anni accompagnavo io Laura a scuola (ops, la mia stessa, ma era una porta diversa e comportava comunque ben 200 metri di strada e due semafori da attraversare); venivo accompagnato ai “giardinetti” dove i più piccoli erano in carrozzina o intorno alla tata, ed io partecipavo ad interminabili partite a pallone con decine di bambini “peste” della zona, da cui uscivo con ginocchia sporche e lividi vari, ma felice.

Il periodo delle elementari e delle medie ha scoperto in me la fase del gregario che voleva emergere: non ero mai il più bravo a pallone, non ero il più estroverso, non ero il più audace ma cercavo di esserlo e mi costruivo modelli da ammirare; ero eternamente il secondo della classe, ma in fondo non ammiravo il secchione che ne era il primo. La mia fortuna in questo è stata quella di vivere in un quartiere e contesto positivi, per cui i miei riferimenti da emulare erano senz’altro bravi ragazzi.

Il Liceo classico è stato l’occasione per estendere ed approfondire la mia rete di rapporti sociali, ma anche di conoscermi meglio e trasformarmi sempre più ad avere un carattere estroverso e dove la mia immagine esterna è positiva, forte.
Leader in politica, membro della squadra di sezione di pallavolo, basket, calcio, bravo a scuola ma non secchione ho stupito tutti col mio 60/60, dovuto più alle capacità dialettiche ed alla (probabilmente) vera maturità raggiunta.

Il primo anno di Università in Bocconi viene a coincidere con un’occasione particolare: il “ritorno” a Torino della famiglia; mia madre mi supporta, e la Bocconi diventa ragion sufficiente perché io rimanga a Milano, in una mia vita autonoma in una romantica mansarda, in cui oltre ad imparare a cucinare affronto per la prima volta un senso (ed una realtà) di completa vera autonomia e responsabilità.

Paola e Carlo

Conosciuti nel 1981, ci siamo messi insieme nel 1985, e quasi subito siamo andati a convivere nella mansarda di Carlo. Matrimonio il 27 giugno 1987.

Come e quando ci siamo incontrati

Paola:

Carlo era un mio amico ai tempi del Liceo e, quando iniziai a frequentare la Bocconi nell’81, divenne anche mio “consulente” di studi. Ci incontravamo nei corridoi o nel bar dell’università; a volte andavo a cercarlo all’Aiesec (un’associazione internazionale di cui faceva parte) per avere i buoni per la mensa; soprattutto mi ricordo rari, ma cari inviti a pranzetti nella sua mansarda vicino all’università, fra una lezione e l’altra. Ci chiacchieravamo, ci stimavamo, e Carlo mi dava suggerimenti circa un professore o un esame. Mi ricordo benissimo un pomeriggio assolato, seduti su una panchina a Parco Ravizza (dove io andavo spesso a studiare), con la mia bici azzurra appoggiata contro la panchina, con Carlo che mi aiutava a stendere il mio piano studi per l’ultimo biennio: abbiamo discusso ogni esame, e mi ha convinto ad inserire materie che non mi piacevano od interessavano, perché – diceva e si è ovviamente dimostrato vero – mi sarebbero state utili nella vita lavorativa.

Era una buona amicizia; in quegli anni per me era la perfetta dimostrazione che un’amicizia vera fra un uomo ed una donna può esistere, senza altre implicazioni. Io avevo un po’ seguito la sua storia d’amore con una ragazza, e soprattutto sentivo accenni alle sue “avventure” internazionali dai ragazzi dell’AIESEC. Carlo aveva seguito prima la mia storia con Paolo (parteggiando per me quando ci eravamo lasciati), poi quella con Maurizio. Ma la nostra amicizia era a latere di questi amori; era di letture ed interessi. Io me lo ricordo alternativo, con gli zoccoli e la camicia indiana. Potevamo incontrarci sei mesi o un anno dopo esserci visti l’ultima volta, e si ricominciava dal punto dove ci eravamo lasciati, come se fosse passato un solo giorno.

Poi, una mattina di marzo del 1985, stavo aspettando il tram…

Carlo:

Io arrivavo da anni intensissimi, di grande crescita personale perché vivevo da solo, mi mantenevo lavorando, viag giavo all’estero tramite l’AIESEC e non solo, avevo amicizie dappertutto, avevo avuto amori seri (con relativi strascichi, dopo essere stato lasciato) e non.

E fra le tante amiche c’era Paola. La consideravo carina, interessante, alquanto giovane (anche perché lei mi affibbiava quel ruolo di tutor), ma non avevo mai pensato a nulla di più.

Fino ad una giornata solare di primavera, in cui ero allegro solo per quello, in cui la ho vista alla fermata del tram, mi sono avvicinato alle sue spalle e l’ho baciata sul collo da dietro.

“Questo può essere solo il Malaguzzi” – ed era vero, ero io – ed è iniziata una chiacchierata di aggiornamento sull’ultimo anno, di quelle allegre in cui non si ascolta molto, ci si sente e ci si sorride.

L’ho invitata a cena a casa mia per il suo ritorno da Alessandria – e meno male che lei mi ha ritelefonato per ricordarmelo; ma l’entusiasmo o qualcos’altro c’era, sono andato a prenderla alla stazione con dei fiori (chissà perché, ci conoscevamo bene e non ne avevo motivo?!) e le ho preparato la cena peggiore della mia vita – mediamente di buon cuoco; meno male che mi ha tappato la bocca con un bacio!

Io, che ero il più navigato, mi sono seduto dicendo “calma calma calma…” perché, anche se non lo avevo ancora capito, qualcosa di particolare era iniziato.

Innamorato cotto, prendevo la bicicletta ed attraversavo di notte la città per incontrarmi con lei; la storia non aveva ancora una sua dimensione, lei era affettuosa ma perplessa – usciva scottata da un periodo pesante – ed io invece ero frenetico.

Anche perché la storia è iniziata in salita: pochi giorni e partivo per il Belgio, poco dopo mi laureavo e la presentavo ai miei genitori (che cena formale!), poi partivo per andare a lavorare in Danimarca.

Ed invece, nonostante o proprio per questo stile estremamente poliedrico, Paola è riuscita a seguirmi in giro per l’Europa, dopo 3 mesi ho terminato lo stage per prenderla e fare un giro di quasi due mesi per la Scandinavia che ci ha temprato, fatti conoscere in tutti i nostri difetti, fatto parlare molto, divertiti…

Ed al ritorno a Milano le ho chiesto di vivere con me, non riuscivo a vederla diversamente.

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