– Nei progetti allora rientrava anche una sorellina.

Rinunciarci è stato pesante, ma meno male che oggi non c’è  anche una piccola!

Viaggi, viaggi, viaggi. A febbraio pensavo di affittare un  camper e girare l’Europa con te, io e te all’avventura. Oggi non riuscirei a  girare il volante, altro che.
Mi ero ancora documentata sulla Nuova Zelanda (meta da  tempo dei sogni di papà); eccitata all’idea di prendere tanti aerei per andarci,  continui a parlarmene.
E io che non sono sicura di riuscire ad andare e tornare da  Spotorno ed Antagnod!

Quando, così in teoria, si parla e ci si chiede “ti  dicessero che hai ancora un anno, sei mesi?”: via su un’isola deserta, il giro  del mondo….!
In realtà la fine è ben più difficile.
Per ora c’è un occhio sbirulo e schiena e muscoli  compromessi: niente vela, niente viaggi lunghi, niente posti selvaggi…
Allora, niente “fuga” nel senso più naïve del termine.
“Fuga” dentro di noi, insieme quella sì.
Leggo e penso tanto, e chiacchiero con voi. Anche a Milano.

Avrei potuto vivere diversamente i mesi passati?
I malanni sopraggiungono all’improvviso: meglio  improvvisare una cenetta romantica o una vacanza, un giorno ad Antagnod,  piuttosto che pianificare cose più complesse, che possono divenire  irrealistiche.
Potevo non “perdere tempo” a studiare, distogliendo ore di  Bardonecchia e di pomeriggi milanesi dalle chiacchiere con te. Sto cercando di  recuperare.

Cerco di farmi sentire di più da papà.
Anche lui ha cambiato prospettiva, e non fa più lo struzzo:  ho bisogno di parlargli del futuro.
Insomma, cerco di migliorarmi, senza fuggire.
E vorrei avere ancora tempo.

Non è questione di 1 mese, sei mesi, un anno, sei anni.
Dipende dalla salute – relativa – in cui la trascorri.
E dipende dall’impronta che si vuol lasciare.
E allora, come ho vissuto 38 anni? E sono riuscita a  lasciare un’impronta? Fra i miei cari. Non nel mondo.

Quando ero alla scuola elementare volevo andare a fare la  missionaria.
“Missioni” di qualche tipo erano anche nei proponimenti  comuni di papà e me: coinvolgimenti con ONU, Unicef, cooperazione  internazionale… sono rimasti intenzioni.
Con gli anni e la carriera l’idea di anno sabbatico è  passata da “in Africa ad aiutare” a “giro del mondo in barca a vela”.
Le risorse finanziarie sono aumentate, e con esse i  contributi alle opere umanitarie.
Ma è facile. E ce ne vergogniamo un po’.

Sarei felice se tu portassi avanti il tuo spirito  battagliero per guerre giuste, perché tu possa aiutare veramente qualcuno.
Occhio ai mangia-mangia, alle guerre futili. Nel dedicare  la tua vita ai gatti randagi.
Al liceo, come crocerossina, andavo a fare assistenza  all’ospedale geriatrico di Alessandria.
Non era  “di moda” (un’altra delle scelte controcorrente di  una Paola che già studiava il russo anziché l’inglese come tutti), ed era  difficile.
Ricordo una vecchietta che mangiava polpette fatte con la  sua popò.
Comunque, amicizie con persone che pi un giorno non trovavo  più.
E che mi hanno dato tanto.

Fossi rimasta in salute (stavo comunque lasciando il  lavoro, per stare di più con voi e con progetti di più ampia portata) avrei  dedicato le mie forze e la mia creatività al progetto “adozione.it”, ideato col  papà.
Su internet, per aiutare i genitori pre e post adozione.  Avevo già raccolto tanto materiale, e avevo tanto dentro di me.

Avrebbe potuto diventare il progetto della mia vita. E fare  del bene.
E ora?

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