– Siamo a Creta.

Tu e papà dormite abbracciati nel bungalow. Io sono fuori, a godermi mare, vento, verde e nuvole. Scrivo male, con un occhio solo.
L’occhio “sbìrulo” è la novità: vuol dire che il male va avanti, che per quanto io lo combatta lui è più forte, e se ne inventa sempre una nuova.
Mi dispiace, perché vorrei vivere con voi al meglio, allegra e saltellante come sono sempre stata, e non come la “mamma malata”.

Tu mi aiuti, mi dai la manina. E – in questi giorni di vacanza insieme – ci riempi di bacini. Sei contenta, e allora io sono contenta di potervi dare un po’ di contentezza.
E’ per questo che ti scrivo queste righe: perché leggendole, quando sarai grande, tu ti faccia un’idea di com’era la tua mamma.

E’ da tanto – da quando ho iniziato questo quaderno – che ti vorrei scrivere i tanti pensieri che mi vengono. Adesso è ora.
Riuscirò a scriverti tutte le cose che penso quando ti faccio addormentare nel lettino o quando, come l’altro giorno all’aeroporto, ti addormenti in braccio a me?!
Tutta esausta profumi di bimba, sudore e sonno.
E io ti annuso, ti stringo, ti sbaciucchio… e in cuor mio ti auguro una vita serena, e piena.

Vorrei potere essere sempre al tuo fianco, ma so che non sarà così. O meglio, non in carne ed ossa.
Sarò SEMPRE al tuo fianco se mi penserai.
Sarò li per una confidenza, un consiglio, una risata.
Ci conto.
Prova anche tu a sentirmi: riusciremo ad essere amiche?
Ricorri a me, con domande ed arrabbiature. Forse, addirittura, potrò essere meglio di una mamma che – sempre presente – diventa anche un po’ “rompi”.

Vorrei tanto rimanere in questo mondo, ma temo proprio che non mi sarà dato. Nel caso, comunque, dovrò ricordarmi di non diventare “rompi”.
In realtà questo è un po’ il compito delle mamme: voler bene significa anche raccomandarti di comportarti bene, di stare attenta a non cadere, spiegarti i pericoli di una scossa elettrica e di un amore fasullo, evitare che tu prenda freddo, ma anche che diventi troppo vezzosa o superba.
Quanti compiti avrei davanti, e quanto vorrei essere io a farti scoprire certe cose della vita, a condividere con te belle e brutte!
Nel film “Nemiche Amiche” che ti dicevo c’è una scena che continuo a ricordarmi: la mamma che si immagina il matrimonio della figlia, cui non potrà assistere.

Non so se ti sposerai, ma quanto vorrei avere abbastanza vita da accompagnarti fino ad allora! E condividere col tuo papà felicità e preoccupazioni, problemi scolastici e nuovi look, prime letture ed amori finiti, viaggi e feste, dubbi e gioie quotidiane.

Ieri abbiamo atto la Jacuzzi, la “vasca che balbetta” (o “che borbotta”) come l’abbiamo chiamata.
E’ tanto grande, che rischi di affogarci.
Ti guardavo, pensavo al lusso in cui eri, e ti ho detto: “sei fortunata”.
E tu mi hai risposto: “siamo una famiglia fortunata”.
E’ vero. Tu non hai fatto altro che ripetere quello che senti spesso ripetere da me e papà. In parte ne siamo convinti, in parte ce lo diciamo per convincercene.

Siamo fortunati: abbiamo passato tante prove, più di molti nostri amici, e tutte ci hanno rinforzato nel nostro carattere, nel nostro amarci, nella nostra comprensione delle cose del mondo.
Nel primo viaggio che abbiamo fatto insieme, papà ed io (1985) ci concedevamo una cosa calda per pasto: il budget ristretto concedeva o zuppa o caffè. Oggi siamo in un hotel esclusivo, a goderci una spiaggia solo per noi.
Nel 1990 il mio papà e la mia mamma si sono separati – per noi, novelli sposi, una lezione importante.
Tu forse ti ricorderai una mamma un po’ bisticciona: ma il papà ed io abbiamo imparato a chiarirci subito sulle cose che non ci trovano d’accordo.
Meglio una discussione subito, che un silenzio e piccole incomprensioni che si sommano.
Tu oramai lo sai, che se bisticciamo poi ci coccoliamo ancora di più.

Poi abbiamo iniziato a cercare un figlio, che non arrivava nella mia pancia; non ci abbiamo pensato troppo, e in una splendida giornata di primavera sei arrivata tu.
Cosa potevamo desiderare di più? Sei nostra figlia, adorata.
Forse ti viziamo un po’, ma tu ci dai tantissimo!

Il giovedì di Pasqua che ci hanno annunciato il tuo arrivo, siamo andati in chiesa a ringraziare Gesù: ci sembrava un miracolo, una grazia infinita.
E da allora lo abbiamo ringraziato tante volte.

Due anni fa, la malattia.
Un’esperienza dura, sconvolgente, che ci ha unito ancora e ci ha fatto scoprire nuovi valori.
Questo diario lo ho aperto la sera prima dell’operazione. Allora poteva ancora sembrare una cosa difficile sì, ma che si sarebbe risolta. Ci siamo illusi di esserne usciti, rinforzati.
In realtà io non avevo ancora imparato un sacco di cose: un po’ le sto imparando adesso, pian piano.
No, non è una fortuna: una fortuna sarebbe poter condividere la vita con voi per altri vent’anni. Ma non credo che mi sia dato.
E allora, è una fortuna saperlo in anticipo.
Potevo avere un incidente improvviso, e lasciarvi impreparata, impreparati.
Così, è certo più dura, ma ogni tramonto sul mare è una gioia tanto più apprezzata, ogni preghiera a Dio mi riavvicina un po’ a lui….
Avervi vicino che costruite il castello di sabbia è un ulteriore momento di serenità che mi viene dato.

A febbraio ho messo gli sci probabilmente per l’ultima volta. Non dovevo, e non ero sicura di farcela: ma come mi sono goduta ogni curva, ogni panorama, ogni tuo gridolino di entusiasmo a sciare con mamma e papà!
Finora per me sciare era una cosa che mi piaceva, ma scontata.
Ricordo addirittura settimane bianche un po’ forzate, in cui non avevo troppa voglia di sciare. Rientrava forse nel “dover fare” di cui ero permeata.

Adesso, che i “poter fare” si stanno riducendo sempre di più mi concentro con delizia sui singoli momenti che mi vengono dati: e questa si che è una fortuna.

La malattia è come il tempo: non lo governi, ma lo puoi accettare e trarne comunque bei momenti.
Ieri pomeriggio era ventoso e freddo e nuvolo: in passato a volte me ne sarei rammaricata. Ieri, invece, ero tranquilla in riva al mare, a godermi le tue mille e mille chiacchiere e moine.
Mi chiedono: “non sei arrabbiata?”. Col tempo puoi arrabbiarti?
Puoi dispiacertene, si, ma poi?
Puoi passare la giornata (come avrei fatto a volte in passato) a bofonchiare “ah, se fosse stato bello avremmo….”.
E poi? Chiamalo destino, chiamalo volere divino….
Ne sono parte, e tutto sommato per la prima volta nella vita non mi viene richiesto di essere io a decidere come andranno le cose, di “fare” comunque. Devo combattere, si, per vivere quanto mi è dato il più a lungo ed al meglio; ma non sono io a decidere, a cambiare.
E allora: una bella giaccavento morbida e calda, e si gode anche il vento ed il freddo.

In realtà, sono sempre stata un tipo “sturm und drang”.
Con la tua nonna Maria Ida, più volte ci siamo ritrovate a goderci passeggiate e panorami grigi e burrascosi: sole, coi capelli scompigliati ed una Chiara piccola (anche in marsupio). Crescerai anche tu così? Lo spero.
Ricordo una lunga passeggiata sulla scogliera nello Jutland: papà, tu, il vento e la brughiera.
Lontano, un faro rosso.

Vorrei essere quel faro per voi.

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