– Sto leggendo tanto, e mi viene tanta voglia di scriverti.

Lo sto facendo la mattina, col caffè americano  un buon  disco – di musica classica per lo più, di sottofondo.
E quando è nei pressi Nonna Marcella, non capisce: continua  ad interrompermi per sciocchezze, si stupisce (e quasi si secca) della lunghezza  delle cose che ti scrivo.
Certo, mi è venuto da pensare ai tuoi commenti “che bello,  che tranquillo noi insieme con la musica classica…” circa la domenica mattina.
Sono piccole abitudini, stati mentali, che forse sono  riuscita a costruirti, e mi sopravvivranno.

Mi dicono che sei tranquilla e serena, e me ne fanno i  complimenti.
Io ne riconosco molto merito a Lina, ma tutto sommato è  vero, perché non apprezzare che già sono riuscita a passarti qualche impronta?
Ho così poco tempo che tutto importa.
Ad esempio, tu adori la frutta: posta davanti alla scelta  fra frutta e torta, scegli la prima. Fra le tue prime parole c’erano “minani”  (melone) e “cocca” (albicocca): quanti ne hai mangiati la nostra prima estate di  parole, insieme a Spotorno!
E quanti ne mangi oggi: non finisci un pasto senza la  frutta, ricordandola anche a noi (che una volta l’avevamo come sacra abitudine,  così come l’apparecchiare bene ecc.).
Ebbene, mi rendo conto che forse sono io la golosa di  frutta, che si mangia una mega macedonia di frutta come tutto pasto: te l’avrò  insegnato, già a partire dai primi omogeneizzati sulla terrazza di Pieve!
Le prime amarene le hai sputate, in gita in marsupio a  Bardonecchia (papà te lo può raccontare): gusti un po’ particolari, ma ti hanno  abituato sin da subito alla varietà della vita.
Varietà in tutti i sensi: ti davamo da mangiare a ore un  po’ diverse, un biberon dietro la baita, un omogeneizzato giù al rifugio, quando  si arrivava,
Anche a Creta, cinque anni dopo, mi sono stupita ed ho  apprezzato la tua capacità di adattamento: mangiavi quando ce n’era, quando te  ne davamo.
Non che poi sia così scriteriata: facevo sempre in modo che  per te ci fosse qualcosa, un panino, un frutto, dei biscotti.
Diciamo che tutti  si sono ammirati della spontaneità e  tranquillità con cui ti tiravo su. Effettivamente, penso di essere riuscita a  comunicarti tranquillità nella gestione dell’imprevisto, o della situazione che  può dare ansia.
L’aereo per Creta è sparito, ci tocca dormire ad Atene?  un’avventura in più! (la mamma invece col busto, provata, non riesce a mangiare  il pasto dell’Hotel dell’Olympic….).
Quando l’aereo decolla gli altri bimbi piangono per la  compressione alle orecchie? Carlo se ne stupisce: con te non è mai successo,  grazie ad un attento gioco a succhiare le caramelle al momento giusto.
Penso che queste impronte oramai siano una cosa tua e mia,  che rimarrà.
Piccole cose.

In realtà, in questi giorni soprattutto sono molto più  angosciata di quanto non traspaia da queste mie righe.
E allora, il dubbio di fondo: questo Diario vuole essere  solo “a te” o anche “per me”?
Ho deciso che devo anche sfogarmici un po’: per te, poi,  sarà forse più pesante; ma è anche giusto che tu immagini attraverso cosa è  passata la tua mamma.
Vedi, domenica siamo andati ad Antagnod. A confermare la  casa.
Erano sorti dei problemi con i padroni di casa, che in  realtà avremmo potuto più o meno superare telefonicamente.
Ma io a quella casa ci tengo in modo particolare: l’abbiamo  cercata a lungo, e ora questa potrebbe andare bene per i prossimi anni, potrei  arredarla un pochino, usarla anche per i weekend fuori stagione, farci i primi  Natali in montagna… tutte cose di cui adesso di colpo sono meno certa in una  prospettiva temporale… ma mi fa piacere pensare a te e papà in fuga, in un  vostro posto amato.
E a me fa benissimo: come siamo arrivati in valle, fra il  verde e le miriadi di fiori, con ancora la neve su tutta la corona di montagne,  mi è sembrato di respirare meglio.
Due anni fa, quando abbiamo scoperto Antagnod in occasione  della mia primo chemio, fresco, verde e lardo mi hanno aiutato a reagire  ottimamente.

Insomma, mi faceva piacere andare.
Vista la casa (dove la tua cameretta ha avuto la tua piena  approvazione) siamo andati a mangiare al Vieux Lyskamm.
Mangiato e bevuto sopraffino, con te di ottimo umore ed  educazione, che ci hai intrattenuto in modo arguto.
Poi riposino sui prati di Villa Rivetti: era spuntato un  bel sole, e tu andavi sulle giostre. E’ passata a trovarci Emilia (la adori) e  siamo andati a salutare i De Marchi. Tutti felici e sereni….
Da allora la sconto. Due ore e mezza di auto al ritorno mi  hanno costretta a letto, con dolori fortissimi.
Lunedì e martedì non riuscivo neanche a girarmi sul fianco,  e piangevo ad alzarmi.
Ora va un po’ meglio, ma non riesco a stare in circolazione  per più di una due ore nell’arco del giorno: mi salva solo la posizione  orizzontale (sdraiata completa).
Ieri sera sono finalmente riuscita a vedere, sdraiata, una  cassetta con te, e ti ho sentito tirare un respiro di sollievo.
Hai addirittura accettato di guardare una cassetta che –  dal tuo primo ricordo – ti impauriva e non volevi più vedere, salvo ora scoprire  che tutto sommato non bisogna fermarsi alle prevenzioni (“La carica dei 102” in  film).

Comunque, per un viaggio in auto sono a letto e provata  ancora dopo cinque giorni.
E mi hanno cambiato l’antidolorifico, portandomi alla  morfina.
Si, si, oggi le terapie del dolore sono molto più facili,  aiutano…
Ma mi hanno messo un cerotto che dura tre giorni, ed  intontisce un po’.
In realtà, di sicuro la dottoressa conosce il suo lavoro e  d i dolori dei suoi pazienti ed ha fatto bene ad insistere: sento che funziona,  e senz’altro è meglio che soffrire ogni tre ore in attesa della prossima  pastiglia, come mi succedeva prendendo il Coefferalgan.
Ma con quella medicina avevo la sensazione di poter  controllare il dolore e la sua cura (so come cambia, se diminuisce… il cerotto  lo metti ogni tre giorni e non ho cali, non lo togli se il dolore diminuisce nel  frattempo).
Temo che sia ovvio io mi debba abituare ad antidolorifici  più tosti e continui; ma è un salto anche “di testa”: è quel che mi attende nei  prossimi tempi, è inutile pensare di poter essere io a governare il male. E se  da un po’ di sonno… tutto sommato, fino a che sono coricata, fra una lettura  ed un’altra…
Ma io mi illudo di poter essere ancora un pochino (quest’estate?)  una mamma un minimo attiva!

In questi cinque giorni ho già apportato tante piccole  variazioni in considerazione un po’ più realistica di quest’estate: giù i  pigiami leggeri (li metto in casa, di giorno, nei giorni di malattia e di chemio;  inutile prevedere shopping e vita mondana!); minori trasferimenti in auto, sia  fuori città e dentro… E la grande incognita: riuscirò a non pagare con giorni  a letto ogni mio “capriccio” di voler  essere una mamma attiva?

Eravate così felici di avermi pimpante e sorridente  domenica ad Antagnod, che non en sono assolutamente pentita. Ma lunedì eravate  in tilt nervoso sia tu sia papà, ad aiutarmi ad alzarmi dal letto. Vorrei  evitarlo finché sarà proprio impossibile.

Insomma, faccio buon viso a cattivo gioco, “mi vedono bene”  ma…
Ho recuperato sei mesi almeno: a Natale stavo proprio male,  e oggi sono qui a scriverti.
Nel frattempo, però, ho passato trenta giorni in ospedale  (fra ricoveri, day hospital, accertamenti e cure), venti a letto a casa, per mal  di schiena.
Ho “sbirulato” un occhio, perso l’uso dell’auto (e quindi  spesa & c.) e di molto ridotto tutti gli altri muscoli (quanto mi aiuti,  correndo a portare cose di qua e di la!).
Se esco un poco mi affanno e sudo tanto.
Ho mangiato per tre mesi dieta semiliquida.
Campo di antidolorifici e cortisone.
E di x mesi in x mesi, potrebbe essere solo peggio.
Quanto ne è valsa la pena?
Che tu hai appena realizzato un bel ventaglio, con un  foglio tutto pieghettato (me ne fai due o tre al giorno, in questo periodo di  primi caldi).
Ho ricominciato a mangiare, e mi sono pienamente rilanciata  sui sapori (col cortisone = ciccia garantita, ma è il minore dei problemi!).

Ho trascorso dieci giorni a Bardonecchia, con te felice di  imparare a sciare.
Ho anche sciato un giorno: da allora la pago con atroci  dolori al collo, dove ho preso una botta cadendo.
Ma rimarranno le foto e i ricordi di una splendida  giornata.

Abbiamo passato nove giorni a Creta: ogni fuga, un’isola  d’amore.
Chiara, stai adorando queste “vacanze”.
Forse perché sono  sempre più parentesi preziose e forzose  in un panorama altrimenti sempre più cupo e incerto?

Mi dicono che per te non è così. Certo ieri eri  contentissima di avere la mamma bloccata a letto, a giocare un po’ con te (mi  ero appena risvegliata dall’effetto morfina) al Piccolo Chirurgo.
Ho letto dei bei libri.
Sono andata al cinema e alle mostre.
Più che negli ultimi anni.
C’ero al tuo compleanno (anche se non ho più fatto la  festa  a Nonna Ida, papà, Zio Claudio…).
Ci sarò alla tua festa di asilo, al tuo saggio di musica.
Sono stata a Roma col tuo papà.
Tanti momenti difficili, ma tanti momenti belli.

Hanno fatto la differenza, questi sei mesi?
L’altro giorno ero proprio angosciata, non mi sembrava.
Oggi, invece, sembra di si: e sono il 10% in più della tua  vita.
Abbiamo avuto tanti momenti, vacanze belle insieme, quasi  di più, più concentrati, vissuti.
Sei mesi fa, poi, ero in piene cure (radio, chemio) seduta  su un divano a ricamare a punto e croce.
Lo vivevo un po’ ancora come un periodo di transizione.
A febbraio, alla fine della chemio, mi sono molto data da  fare per creare una cooperativa di servizi, darmi all’imprenditoria femminile.
Poi sono tornati i dolori alla schiena, il digiuno, il  cervello. E il tempo cambia prospettiva, qualità.
Un anno fa ragionavo su “altri cinque, sette anni”.

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